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Il cibo come cura: gli esperti di nutraceutica si confrontano

nutraceutici

Mangiare bene non è solo questione di stare attenti al proprio stile di vita. Il cibo, se scelto in modo appropriato, può diventare una vera e propria cura: a dirlo sono gli esperti di nutraceutica, disciplina nata proprio dalla fusione di nutrizione e farmaceutica, che si riuniranno per un convegno sul tema il 14 ottobre 2013 nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano.

L’incontro è organizzato da Ystem, spin-off dell’Università degli Studi, e vedrà tra gli altri la partecipazione degli esperti della Fondazione Ca’ Granda Policlinico. L’appuntamento vuole essere un momento di confronto e aggiornamento sui temi della nutraceutica, dal ruolo dei flavonoidi (contenuti ad esempio in uva, fragola e ciliegia) nella cura delle malattie croniche, all’integrazione degli omega 3 nella dieta dei bimbi con difficoltà d’apprendimento, fino al ruolo dell’alimentazione nella prevenzione delle demenze.

“Gli effetti preventivi e terapeutici di un’alimentazione attenta, unanimamente riconosciuti – spiegano gli esperti – sono stati ampiamente dimostrati anche nell’ambito delle malattie dismetaboliche e neurodegenerative. La maggiore attenzione nei confronti di una dieta sana e coadiuvante nella prevenzione di numerose patologie ha condotto alla convergenza di interessi tra l’industria alimentare e l’industria farmaceutica, fornendo le basi per la nascita e il successo della nutraceutica. Questa scienza indaga la possibilità di sfruttare le proprietà di un insieme di componenti di origine naturale che hanno mostrato una chiara attività farmacologica. L’ampio consenso nei confronti della nutraceutica, che per sua natura sfrutta i benefici di sostanze naturali e percepite come non invasive, appare dunque una risposta ovvia, soprattutto nell’ambito della prevenzione delle patologie dismetaboliche”.

Studiare a fondo le potenzialità di questa nuova scienza “significa non solo contrastare i fattori di rischio legati all’insorgenza di patologie attualmente dilaganti quali il diabete, le malattie cardiovascolari e neurodegenerative – concludono gli specialisti – ma anche aprire nuove possibilità terapeutiche, meno impattanti a livello fisiologico ed economico-sanitario, per disordini ad oggi privi di cura”.

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A cavallo tra farmacologo e geriatra: ecco il nuovo medico a misura di anziano

Al seminario REPOSI gli esperti presentano i “punti imprescindibili”
per la salute del paziente complesso

walking-69709_640L’Italia è uno dei Paesi con più longevi al mondo, ma questo primato ha un prezzo: perché cresce sempre più il numero di anziani che soffrono contemporaneamente di diverse malattie, e che per curarle devono assumere farmaci differenti e spesso non compatibili tra loro. Si calcola che oltre il 60% di chi ha più di 65 anni si trovi in questa situazione: è un fenomeno che “rischia di generare interazioni pericolose tra terapie, oppure di inefficacia dei farmaci, o ancora di abbandono delle cure da parte del paziente”. A dirlo sono gli esperti, che lanciano proprio su questo tema il seminario internazionale REPOSI, previsto il 25 e il 26 settembre a Milano.
L’appuntamento è nell’Aula Magna della Clinica Mangiagalli, alla Fondazione Ca’ Granda – Ospedale Maggiore Policlinico, ed è organizzato da Pier Mannuccio Mannucci, direttore scientifico della Fondazione, insieme a Silvio Garattini e Alessandro Nobili dell’Istituto Farmacologico Mario Negri e alla Società Italiana di Medicina Interna.
Nel seminario saranno presentati anche i dati di uno studio condotto in 80 reparti di medicina interna e geriatria di tutta Italia, che ha raccolto informazioni relative a oltre 4.000 pazienti nell’arco di tre anni: sulla base dei risultati, gli esperti hanno elaborato “alcune proposte metodologiche per il medico internista che deve affrontare la gestione di patologie complesse, talvolta croniche, di una popolazione sempre più anziana”. Proposte che vogliono anche superare le attuali linee guida, quasi sempre derivate da studi clinici condotti su pazienti più giovani e con un’unica patologia: condizioni che, in poche parole, non rendono conto della complessità delle patologie nell’anziano e del sovrapporsi di numerose terapie assunte contemporaneamente.
“La vera sfida – aggiungono gli specialisti – è quella di creare una nuova figura di medico internista, che sia a cavallo tra il farmacologo e il geriatra. I punti imprescindibili di questa nuova figura dovranno essere tre: primo, c’è bisogno di una razionalizzazione della cosiddetta poli-terapia, per ottimizzare l’appropriatezza dei farmaci che vengono somministrati al paziente anziano. Secondo, bisogna risolvere i problemi legati all’interazione tra farmaci diversi, che nell’età avanzata sono ancora più accentuati. Infine, bisogna analizzare i pazienti da diversi punti di vista contemporaneamente, con quello che è chiamato dai geriatri ‘approccio multi-dimensionale’. Il medico non può più ignorare o sottovalutare questi problemi, che hanno una ricaduta diretta sia sui risultati della cura sia sulla qualità di vita dei pazienti”.
Il ‘nuovo’ internista, concludono gli esperti, dovrà poi far propri alcuni strumenti tipici della geriatria che valutano l’influenza della ridotta autonomia del paziente anziano: “E’ dimostrato infatti che vi è una stretta correlazione tra il deficit delle funzioni cognitive, acuito dal ricovero, e un aumentato rischio di mortalità e ri-ospedalizzazione”.

In cima al Duomo per proteggere il cuore

corsa-del-cuoreI medici di tutto il mondo ed in particolare i cardiologi consigliano di fare regolarmente attività fisica per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Ma quanti milanesi seguono questa raccomandazione e hanno un cuore “allenato” (cioè protetto)? E cosa possono fare i medici del Policlinico per incoraggiare donne e uomini di tutte le età ad usare (in senso buono) i loro muscoli?

Undici anni di  “Cuore e Salite  – Le scale del Duomo di Milano e la prevenzione delle malattie
cardiovascolari” hanno fornito qualche dato per rispondere a queste domande. Sabato 28 settembre 2013 si terrà l’undicesima edizione di questa iniziativa promossa dall’Associazione per il Policlinico. Per chi non lo sa, ricordiamo di cosa si tratta. Dal 2003 in occasione della Giornata Mondiale del Cuore (da anni l’ultimo sabato di settembre) medici, tecnici, volontari, studenti, specializzandi del Policlinico, sotto la guida della sua presidentessa Claudia Buccellati, creano un “campo base” all’ingresso del Duomo di Milano e (pioggia o sole) misurano i battiti del cuore e la saturazione di ossigeno del sangue a chi si prepara a salire a piedi sulle terrazze. Dopo i 215 gradini un altro gruppo ripete la misurazione. Chi per salire usa meno del 75% della riserva di battiti che il nostro cuore possiede ha un cuore “allenato”, chi supera il 75% ha un cuore “non allenato”.
Si tratta quindi di un “sondaggio sul comportamento” del cuore dei milanesi (campione casuale di 600-1000 persone) che salgono a piedi le scale per il piacere di visitare il Duomo e di vedere la città.

Dal 2003 al 2012 il numero di cittadini con “cuore allenato” è passato dal 45% al 48% del campione sondato. Donne meno allenate degli uomini (39% contro 61%). Stranieri (USA, Russia, Cina, Giappone, etc.) più allenati degli italiani (58% contro 42%).
“La maggioranza delle persone che salgono le scale del Duomo (55% nel 2003, 52% nel 2012) – dicono gli esperti del Policlinico – non ha un cuore allenato all’esercizio fisico. In dieci anni è però aumentato il numero di ‘allenati’. E’ un buon segno”.

L’Associazione per il Policlinico “ha lanciato l’idea di unire esercizio fisico e cultura (visita ai monumenti verticali). Ci auguriamo – concludono gli specialisti – che l’esempio del Policlinico di Milano si diffonda con vantaggio per la salute del cuore (usare meno battiti) e anche del cervello (vedere cose belle). Un ringraziamento speciale alla Veneranda Fabbrica del Duomo che da più di dieci anni rende possibile la scalata verso la Madonnina, con grande comprensione per ‘le ragioni’ della salute e naturalmente grazie a tutti i cittadini che ci permetteranno di misurare i battiti del loro cuore”.

Un solo gene difettoso all’origine di due malattie “opposte”: una neurologica e una psichiatrica

Brainmaps-macaque-hippocampusLo stesso identico difetto genetico può dare origine a due malattie che sembrerebbero diametralmente opposte: una neurologica, che provoca un particolare tipo di demenza, e un’altra psichiatrica, che invece provoca psicosi, allucinazioni e deliri. La scoperta è pubblicata su Biological Psychiatry, ed è stata coordinata da Daniela Galimberti ed Elio Scarpini, dell’Unità operativa Malattie Neurodegenerative, e da Carlo Altamura e Bernardo Dell’Osso, dell’Unità operativa di Psichiatria della Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano e dell’Universita’ degli Studi di Milano. Lo studio, spiegano gli stessi esperti, ”abbatte in qualche modo il muro che divide le patologie con una base neurologica da quelle psichiatriche, e riavvicina due discipline affini per le quali occorrerebbe una maggiore integrazione sul piano della clinica e della ricerca”.

La ricerca è stata condotta in collaborazione con le Università di Padova, Torino, Vita-Salute San Raffaele di Milano e con La Sapienza di Roma, e con altri centri di ricerca nazionali e internazionali. I ricercatori hanno analizzato una popolazione di oltre 650 pazienti con Demenza Frontotemporale, andando a ‘caccia’ della mutazione alla base di queste due malattie per scoprirne la frequenza. Con lo studio, i ricercatori hanno scoperto che il difetto genetico era presente nel 6% dei pazienti, ma anche che i sintomi psichiatrici erano molto più frequenti nei pazienti portatori della mutazione (30%) rispetto a quelli che invece non avevano alterazioni di quella porzione di DNA (8%).
Nel dettaglio, il difetto genetico alla base delle due patologie consiste in una particolare sequenza di sei nucleotidi (i ‘mattoncini’ che compongono il DNA) ripetuta innumerevoli volte all’interno di un introne: quest’ultimo è una porzione di codice genetico che non contiene veri e propri geni ma ‘controlla’ in qualche modo le porzioni di DNA adiacenti, regolando di solito la produzione di specifiche proteine.
La Demenza Frontotemporale è una patologia degenerativa caratterizzata da gravi disturbi del comportamento. In passato era nota come Malattia di Pick: ”Rappresenta la forma più comune di demenza ad esordio pre-senile – spiegano gli esperti – ed è caratterizzata da disturbi psico-comportamentali come un’eccessiva disinibizione, aggressività verbale e tendenza alla ripetitività, così come da disturbi del linguaggio dovuti alla morte dei neuroni in una regione particolare del cervello”. Studi precedenti riportano però che lo stesso identico difetto genetico provoca anche una malattia esclusivamente psichiatrica, ”con sintomi psicotici, in assenza di segni neurologici e senza che vi sia atrofia del cervello”, tutti segni che invece sono tipici della demenza.
”Questi risultati – concludono i ricercatori – mostrano quindi che i sintomi all’esordio della Demenza Frontotemporale sono spesso subdoli e di pertinenza non solo neurologica, ma anche psichiatrica. L’interesse della scoperta nasce quindi dal fatto che identifica meccanismi patogenetici comuni tra la Demenza Frontotemporale e i disturbi bipolari psicotici, e dal fornire una migliore definizione clinica della varietà di sintomi che devono far sospettare la presenza di una demenza che ha una causa genetica. Lo studio, quindi, suggerisce di considerare l’analisi genetica in quei pazienti che presentano sintomi psicotici ad esordio tardivo”.

Mirasole protagonista nella Strada delle Abbazie

di Don Stefano Maria Gallina, priore di Mirasole

114_ALI_200909_0441_355_265_1Domenica 1 settembre, in cui ricorreva l’VIII giornata per la Salvaguardia del creato, nel contesto del Progetto “Strada delle Abbazie”, si è tenuta la festa delle Abbazie, che ha coinvolto le abbazie di San Lorenzo in Monluè, Chiaravalle, Viboldone, Santa Maria in Calvenzano, Mirasole, Morimondo,  San Pietro in Gessate. La sera precedente la Festa aveva avuto un’anteprima in una rappresentazione teatrale e musicale nella Basilica di Santa Maria in Calvenzano, proposto dal gruppo “Equivoci Musicali”. La domenica seguente ciascuna abbazia è stata animata da un intenso programma, che ha visto la partecipazione di una folla di persone in ogni sito.

A Mirasole la giornata è incominciata con la celebrazione della Santa Messa solenne, presieduta dal priore Don Stefano Maria Gallina e concelebrata dai fratelli della comunità. Una presenza massiccia di persone, delle quali alcune purtroppo hanno dovuto adeguarsi a restare sul sagrato. Per la nostra comunità Premostratense questa celebrazione è stata la prima pubblica in Rito ambrosiano, che da qualche tempo abbiamo iniziato a praticare per inserirci più concretamente nella vita liturgica della Chiesa milanese.

Al termine della Santa Messa la dott.ssa Paola Navotti, responsabile delle relazioni istituzionali della Fondazione IRCCS Ca’ Granda,  ha accompagnato oltre 300 persone in una visita guidata che, partendo dalla chiesa abbaziale, è continuata nel chiostro e nei futuri locali di abitazione della comunità religiosa, per terminare nei luoghi di accoglienza e nei laboratori, vicino ai quali è anche stata riallestita una mostra fotografica di qualche anno fa, che documenta Mirasole nella fase precedente i restauri.

Dopo l’aperitivo offerto a tutti, sotto l’ampio porticato che ben si presta a momenti come questo, molte famiglie hanno fatto il pic-nic, mentre altre hanno gustato quanto era stato preparato dai volontari. Un ulteriore momento, apprezzato soprattutto dai bambini, è stato il gioco-spettacolo proposto da Stefano Compagni, animatore al Centro Giardino delle età di Opera, che ringraziamo di cuore per la simpatica partecipazione alla festa insieme con la sua famiglia.

Una seconda visita guidata, sempre animata da Paola Navotti, ha avuto luogo prima della conferenza, che si è tenuta nella chiesa abbaziale in presenta di un pubblico numeroso e attento. Sono intervenuti l’Assessore provinciale al Turismo e alla Protezione Civile, Stefano Bolognini e Don Massimo Pavanello, responsabile dell’Ufficio per la Pastorale del turismo della Diocesi di Milano. Sono interventi il Sindaco di Opera, Ettore Fusco; il Presidente della Fondazione IRCCS Ca’ Granda, Giancarlo Cesana e Don Stefano Maria Gallina. Nell’intervento del Sindaco si è notata in modo particolare la sua gioia nel constatare che l’abbazia di Mirasole, bene prezioso per la comunità di Opera, tornava finalmente ad essere un punto vivente di accoglienza per gli abitanti del territorio e per i numerosi visitatori.

Il professor Cesana ha sottolineato come nella concezione cristiana dell’esistenza, il lavoro, visto come realtà positiva, contribuisce a far crescere la realtà circostante. I religiosi nella Bassa milanese hanno contribuito in questo senso alla crescita culturale ed economica del territorio. Don Stefano è intervenuto cercando di declinare il titolo della conferenza: “Il principio rivoluzionario dell’ora et labora” tipicamente benedettino, secondo le modalità premostratensi, cioè presentando quali sono il carisma e i capitoli fondamentali della vita della comunità che si insedierà a Mirasole.

La giornata si è conclusa con il canto dei Vespri.

La buona riuscita della festa è dovuta in massima parte al contributo dato dal lavoro dei numerosi volontari della protezione civile, che hanno curato la logistica, il servizio posteggio e in modo particolare la ristorazione. Non possiamo dimenticare la presenza e assistenza della Croce Rossa e dell’Associazione culturale “Fedora”, con i quali è incominciata una bella amicizia, che speriamo possa crescere in una collaborazione continua. Una constatazione piacevole, sottolineata anche dal Sindaco di Opera nel suo intervento alla conferenza pomeridiana, è stata la presenza degli amici volontari provenienti dal Novarese, dei parrocchiani di Orta e degli amici del Movimento dei Cursillos di Cristianità. Un ringraziamento vivissimo all’Assessore Stefano Bolognini; a Don Massimo Pavanello; al Sindaco Ettore Fusco; a Giancarlo Cesana; a Paola Navotti; ai volontari della Protezione Civile e della Croce Rossa Italiana; a Stefano Compagni; all’Associazione Fedora; al Gruppo le Maskere; al Sig. Vincenzo, lo chef che ha cucinato la paella; e a tutti coloro che hanno collaborato alla buona riuscita della festa.

Cellule staminali neuronali dimostrano la loro efficacia per la Sclerosi Laterale Amiotrofica

Il gruppo di ricerca del Centro Dino Ferrari, Università degli Studi di Milano, IRCCS Fondazione Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico, conferma che il trapianto di cellule staminali neuronali derivate da cellule pluripotenti indotte risulta terapeuticamente efficace in un modello murino di SLA. Lo studio, pubblicato su Human Molecular Genetics, è realizzato grazie al finanziamento di Fondazione AriSLA.

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